Alison Gopnik: What do babies think?

“Babies and young children are like the R&D division of the human species,” says psychologist Alison Gopnik. Her research explores the sophisticated intelligence-gathering and decision-making that babies are really doing when they play.

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David Kelley: How to build your creative confidence

Is your school or workplace divided into “creatives” versus practical people? Yet surely, David Kelley suggests, creativity is not the domain of only a chosen few. Telling stories from his legendary design career and his own life, he offers ways to build the confidence to create… (From The Design Studio session at TED2012, guest-curated by Chee Pearlman and David Rockwell.)

 

sir Ken Robinson: “La scuola uccide la creatività?”

Sir Ken Robinson espone una divertente e toccante argomentazione a favore della creazione di un sistema educativo che nutra la creatività.

Trascrizione del testo in italiano dal video

“Buon giorno. Come state? È stato meraviglioso, no? Sono rimasto stravolto da tutto quanto. Infatti, me ne vado. (Risate) Sono emerse tre tematiche durante la conferenza, che sono attinenti a quello di cui vorrei parlare. La prima è l’evidenza straordinaria della creatività umana in tutte le presentazioni che abbiamo visto e in tutte le persone qui. La sua diversità, la sua varietà. La seconda è che ci troviamo in una situazione nella quale non abbiamo idea di quello che succederà in futuro. Non abbiamo idea di come si svilupperà.

Ho un interesse per l’istruzione, per l’educazione. A dir il vero, mi sembra che tutti abbiamo un interesse per l’educazione. O no? Lo trovo molto interessante. Se sei ad una festa e dici che lavori nell’ambito educativo – francamente, non vai spesso alle feste, se lavori in questo settore. (Risate) Non ti chiamano proprio. E, curiosamente, non verrai più reinvitato. Che strano. Se invece lo sei e dici a qualcuno, sai com’è, ti chiedono, “Che lavoro fai?” e tu rispondi che insegni, vedi subito come diventano pallidi in faccia. Pensano “Oh mio Dio, perché proprio a me? … L’unica serata libera in tutta la settimana”. (Risate) Ma se tu chiedi dei loro studi ti attaccano al muro. Perché è qualcosa che ci tocca profondamente, vero? Un po’ come la religione, i soldi e altre cose. Ho un grande interesse per l’educazione e credo che lo abbiamo tutti. Perché ci riguarda un sacco, in parte perché è l’educazione che dovrebbe prepararci per questo futuro incerto. Se ci pensate, i bambini che cominciano ad andare a scuola quest’anno andranno in pensione nel 2065. Nessuno ha la più pallida idea – nonostante tutte le considerazioni esperte presentate in questi quattro giorni – come sarà il mondo tra cinque anni. Eppure abbiamo il compito di preparare i nostri figli per esso. Per cui l’imprevedibilità, io credo, è straordinaria.

E la terza cosa è che siamo tutti d’accordo, nonostante tutto, sulla davvero straordinaria capacità che i bambini hanno, le loro capacità di innovazione. Sirena l’altra sera era magnifica, no? Solo a vedere che cosa riesce a fare. Lei è eccezionale, però credo che lei non sia, per così dire, un’eccezione tra tutti i bambini. Ciò che qui abbiamo è una persona estremamente dedicata che ha scoperto un talento. E sono convinto che tutti i bambini hanno enormi talenti. E noi li sprechiamo, senza pietà. Quindi voglio parlare di educazione e voglio parlare di creatività. Il mio argomento è che la creatività è tanto importante quanto l’alfabetizzazione e le dovremmo trattare alla pari. (Applausi) Grazie. Tutto qua. Grazie mille. (Risate) Dunque, 15 minuti ancora … Beh, sono nato – no. (Risate)

Recentemente ho sentito una bella storia – amo raccontarla – di una ragazzina durante una lezione di disegno. Aveva 6 anni, era seduta in fondo e disegnava. L’insegnante diceva che questa ragazzina di solito non stava attenta, ma in questa lezione invece sì. L’insegnante era affascinata, andò da lei e le chiese: “Che cosa stai disegnando?”. E la ragazzina rispose: “Sto disegnando Dio”. E l’insegnante disse: “Ma nessuno sa che aspetto abbia”. E la ragazzina: “Lo sapranno tra poco”. (Risate)

Quando mio figlio aveva quattro anni in Inghilterra – a essere sincero aveva quattro anni ovunque. (Risate) A voler essere rigorosi, quell’anno aveva quattro anni in qualsiasi posto andasse. Partecipava al teatrino della Natività. Vi ricordate la storia? Era una grande storia. Mel Gibson fece il sequel. Forse l’avete visto: “Natività II”. Comunque, James faceva la parte di Giuseppe e noi ne eravamo entusiasti. La consideravamo una delle parti più importanti. Riempimmo il posto con sostenitori in T-shirt: “James Robinson È Giuseppe!”. (Risate) Non doveva dire niente, ma conoscete la parte dove entrano i tre Re. Entrano portando i regali, portano oro, franchincenso e mirra. È successo davvero. Eravamo lì seduti e credo che si fossero scambiati i posti, perché dopo abbiamo parlato con il ragazzino e abbiamo detto “Ti va bene così?” e lui: “Sì, perché, che c’è che non va?”. Si erano semplicemente cambiati di posto, tutto qua. Comunque, i tre ragazzi entrarono, quattrenni con tovagliolini in testa, posarono queste scatole per terra e il primo ragazzino disse: “Vi porto oro”. E il secondo ragazzino disse: “Vi porto mirra”. E il terzo ragazzino disse: “Questo l’ha mandato Frank!”. (Risate)

Ciò che queste cose hanno in comune è che i bambini si buttano. Se non sanno qualcosa, ci provano. Giusto? Non hanno paura di sbagliare. Ora, non voglio dire che sbagliare è uguale a essere creativi. Ciò che sappiamo è che se non sei preparato a sbagliare, non ti verrà mai in mente qualcosa di originale. Se non sei preparato a sbagliare. E quando diventano adulti la maggior parte di loro ha perso quella capacità. Sono diventati terrorizzati di sbagliare. E noi gestiamo le nostre aziende in quel modo, stigmatizziamo errori. E abbiamo sistemi nazionali d’istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa. Picasso una volta disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. Io sono convinto che non diventiamo creativi, ma che disimpariamo ad esserlo. O piuttosto, ci insegnano a non esserlo. Dunque perché è così?

Ho vissuto a Stratford-on Avon fino a cinque anni fa. Ci siamo trasferiti da Stratford a Los Angeles. Vi potete immaginare quanto sia stato facile il trasferimento. (Risate) Veramente, abitavamo in un posto di nome Snitterfield, appena fuori Stratford, il posto dove nacque il padre di Shakespeare. Vi viene in mente qualcosa? A me sì. Non pensate al fatto che Shakespeare aveva un padre. No? Davvero? Perché non vien da pensare a Shakespeare come ragazzino, o sì? Shakespeare a sette anni? Io non ci ho mai pensato. Avrà pur avuto sette anni un tempo. Sarà stato nella lezione d’inglese di qualcuno, no? (Risate) Quanto sarebbe seccante? “Più impegno”. Essere mandato a letto dal papà che dice: “Vai a letto, ora!”, a William Shakespeare, “e metti via la penna. E smettila di parlare così, confonde la gente”. (Risate)

Comunque, ci siamo trasferiti da Stratfort a Los Angeles e vorrei dire qualcosa sul trasferimento. Mio figlio non voleva venire. Ho due figli. Lui ha 21 anni ora, mia figlia 16. Lui non voleva venire a Los Angeles. Gli piaceva ma aveva una ragazza in Inghilterra. Era l’amore della sua vita, Sarah. La conosceva da un mese. Festeggiavano già il loro quarto anniversario. Perché è un lungo periodo a 16 anni. Lui era abbastanza lunatico in aereo e disse: “Non troverò mai più una ragazza come Sarah”. E noi eravamo piuttosto contenti, francamente. Lei era la nostra ragione principale per lasciare il Paese. (Risate)

Ma c’è una cosa che ti colpisce quando ti trasferisci in America e se viaggi per il mondo: ogni sistema di istruzione ha la stessa gerarchia di materie. Ognuno. Non importa dove vai. Credi che sia diverso, ma non lo è. In cima ci sono le scienze matematiche e le lingue, poi le discipline umanistiche e in fondo l’arte. Ovunque nel mondo. E, più o meno, anche all’interno di ogni sistema. Esiste una gerarchia nelle arti. L’arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste sistema educativo sul pianeta che insegni danza ai bambini ogni giorno, così come insegniamo la matematica. Perché? Perché no? Credo che sia importante. Credo che la matematica sia molto importante, ma altrettanto la danza. I bambini ballano tutto il tempo se possono, noi tutti lo facciamo. Abbiamo tutti un corpo, o no? Mi sono perso qualcosa? (Risate) In verità, ciò che succede è che, quando i bambini crescono, noi iniziamo a educarli progressivamente dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste. E leggermente verso una parte.

Se tu visitassi il sistema educativo da alieno e ti chiedessi “A che serve la pubblica istruzione?” credo che dovresti concludere – vedendo il risultato, chi ha successo in questo sistema, chi fa tutto quel che deve, chi viene onorato, chi sono i vincitori – credo che dovresti concludere che lo scopo dell’istruzione pubblica in tutto il mondo sia quello di produrre professori universitari. O no? Loro sono le persone che stanno in cima. E io ero uno di loro, quindi. (Risate) A me piacciono i professori universitari, ma non li dovremmo considerare come il risultato più alto raggiungibile. Sono solo una forma di vita, un’altra forma di vita. Ma sono piuttosto curiosi e lo dico con affetto per loro. C’è qualcosa di curioso nei professori, per quel che è la mia esperienza – non tutti, ma di solito – vivono nella loro testa. Vivono lassù e leggermente da una parte. Sono scorporati, avete presente, quasi in senso letterale. Vedono i loro corpi come un mezzo di trasporto per le loro teste, no? (Risate) È un modo per portare le loro teste ai meeting. Se volete una prova concreta di esperienze extracorporee andate ad una conferenza di accademici attempati e fate un salto nella discoteca, all’ultima sera. (Risate) E lo vedrete, uomini e donne adulti scuotersi incontrollabilmente, fuori tempo, aspettando che finisca per andare a casa e scriverne qualcosa.

Il nostro sistema educativo è basato sull’idea di abilità accademiche. E c’è una ragione. Tutto il sistema è stato inventato – in tutto il mondo non c’erano scuole pubbliche prima del XIX secolo. Furono create per venire incontro ai fabbisogni industriali. Quindi la gerarchia è fondata su due idee. Numero uno: che le discipline più utili per il lavoro sono in cima. Voi probabilmente siete stati benignamente allontanati da cose che vi piacevano da bambini a scuola, sulla base che non avreste mai trovato un lavoro facendo quello, no? Non fare musica, non diventerai un musicista; non fare arte, non sarai un artista. Avvisi benevoli – ma ora profondamente sbagliati. Il mondo intero è in subbuglio. E, punto secondo, è l’abilità accademica che oggi domina la nostra idea d’intelligenza, perché le università hanno creato il sistema a loro immagine. Se ci pensate, tutto il sistema della pubblica istruzione, in tutto il mondo, si concentra sull’ammissione all’università. E la conseguenza è che tante persone di talento, persone brillanti, creative, credono di non esserlo. Perché la cosa per la quale erano bravi a scuola non le si dava valore, o era perfino stigmatizzata. E credo che non ci possiamo permettere di andare avanti così.

Nei prossimi 30 anni, secondo l’UNESCO, si laureeranno più persone al mondo di tutte quelle che si sono laureate dall’inizio della storia. Più persone, ed è la combinazione di tutte le cose delle quali abbiamo parlato, la tecnologia e il suo effetto di cambiamento sul lavoro e la demografia e il grande incremento della popolazione. Ad un tratto i titoli di studio non valgono nulla, non è vero? Quando ero studente, se avevi una laurea avevi un lavoro. Se non avevi un lavoro era perché non ne volevi uno. E io, francamente, non ne volevo uno. (Risate) Ma oggi giovani con una laurea in tasca spesso sono a casa a giocare con i videogame, perché ti serve la laurea specialistica dove prima ti serviva quella normale e adesso ti serve il PhD per l’altra. È un processo di inflazione accademica. E ci indica che tutta la struttura educativa si sta spostando sotto i nostri piedi. Dobbiamo ripensare radicalmente la nostra idea di intelligenza.

Sappiamo tre cose sull’intelligenza. Anzitutto, che è varia. Pensiamo il mondo in tutti i modi nei quali lo percepiamo. Riflettiamo visualmente, uditivamente, cinesteticamente. Pensiamo in modo astratto, in movimenti. Secondo, l’intelligenza è dinamica. Se guardiamo le interazioni di un cervello umano, come abbiamo sentito ieri da alcune presentazioni, l’intelligenza è meravigliosamente interattiva. Il cervello non è suddiviso in compartimenti. Infatti, la creatività – che io definisco come il processo che porta ad idee originali di valore – si manifesta spesso tramite l’interazione di modi differenti di vedere le cose.

Il cervello stesso lo fa intenzionalmente – c’è un fascio di nervi che connette le due parti del cervello chiamato corpus callosum. È più ampio nelle donne. Riagganciandomi al discorso di Helen di ieri, credo che sia per questo che le donne sono migliori nel multitasking. Perché lo siete. Ci sono un sacco di ricerche, ma lo so anche dalla mia esperienza personale. Quando mia moglie cucina – cosa che non accade spesso, per fortuna. (Risate) Sapete, lei sta facendo – no, è brava in alcune cose – ma se cucina, parla al telefono, parla con i bambini, tinge il soffitto, fa un intervento a cuore aperto. Se cucino io, la porta è chiusa, i bambini sono fuori, il telefono deve aspettare e se lei entra mi irrita. Dico, “Terry, per favore, sto cercando di friggere un uovo. Lasciami stare”. (Risate) A proposito, conoscete quel vecchio detto filosofico, se nella foresta cade un albero e nessuno lo sente, è accaduto veramente? Vi ricordate quella vecchia battuta? Ho visto una T-shirt poco fa con sopra: “Se un uomo dice quel che pensa in una foresta, e nessuna donna lo sente, ha ancora torto?”. (Risate)

E la terza cosa sull’intelligenza è che è distinta. Sto scrivendo un nuovo libro chiamato “Epiphany”, che si basa su una serie di interviste di persone su come hanno scoperto il loro talento. Mi affascina come le persone ci sono arrivate. Nasce da una conversazione che ho avuto con una donna meravigliosa, che tante persone non conoscono, si chiama Gillian Lynne, ne avete sentito parlare? Alcuni sì. È una coreografa e tutti conoscono i suoi lavori. Ha fatto “Cats” e “Phantom of the Opera”. Lei è meravigliosa. Sono stato tra i dirigenti del Royal Ballet, in Inghilterra, come potete vedere. Comunque, abbiamo pranzato insieme un giorno e ho detto “Gillian, come sei diventata ballerina?”. E lei disse, era interessante, quando lei era a scuola era davvero senza speranza. E la sua scuola, negli anni 30, scrisse ai genitori e disse, “Crediamo che Gillian abbia problemi di apprendimento”. Non era capace di concentrarsi, diventava nervosa. Oggi direbbero che ha l’ADHD [Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività]. Non credete? Ma siamo attorno al 1930 e l’ADHD non l’avevano ancora inventata. Non era una condizione disponibile allora. (Risate) La gente non sapeva che poteva averla.

Comunque, andò a farsi vedere da questo specialista. Stanza in legno di rovere … Ed era là con sua madre, era stata accompagnata e fatta accomodare su una sedia e alla fine stette seduta sulle sue mani per 20 minuti, mentre quell’uomo parlò con la madre di tutti i problemi che Gillian aveva a scuola. E alla fine – perché disturbava la gente, portava il compito in ritardo e così via, era una bambina di appena 8 anni – alla fine, il medico si sedette vicino a Gillian e disse: “Gillian, ho ascoltato tutte quelle cose che tua madre mi ha detto e le devo parlare a quattr’occhi”. Le disse: “Aspettaci qua, non ci metteremo molto”. E se ne andarono. Ma quando lasciarono la stanza egli accese la radio appoggiata sulla scrivania. E quando erano fuori dalla stanza disse alla madre, “Ora la guardi”. E appena se n’erano andati, lei disse, lei era in piedi e si muoveva con la musica. E la guardarono per qualche minuto ed egli disse a sua madre, “Signora Lynne, Gilian non è malata, è una danzatrice. La porti a una scuola di danza”.

Io chiesi “E poi?” e lei mi disse: “Lo fece. Non ti puoi immaginare quanto era bello. Entravamo in quella stanza ed era piena di gente come me. Gente incapace di stare ferma. Gente che si doveva muovere per pensare”. Ballavano balletto, tap, jazz danza moderna e contemporanea. Alla fine fece un’audizione per il Royal Ballet School, diventò una solista ed ebbe una splendida carriera al Royal Ballet. E infine si diplomò alla Royal Ballet School, fondò una sua company, la Gillian Lynne Dance Company, e conobbe Andrew Llozd Weber. Lei è stata responsabile di alcune tra le più famose produzioni del teatro musicale della storia, ha portato diletto a milioni di persone ed è multi-milionaria. Un altro le avrebbe somministrato qualche farmaco e detto di calmarsi. Ora, credo – (Applausi)

Credo che il punto sia questo: Al Gore l’altra sera ha parlato di ecologia e della rivoluzione partita da Rachel Carson. Credo che la nostra unica speranza per il futuro sia di adottare una nuova concezione di ecologia umana, nella quale cominciare a ricostruire la nostra concezione della ricchezza delle capacità umane. Il nostro sistema educativo ha sfruttato le nostre teste come noi abbiamo sfruttato la terra: per strapparle una particolare risorsa. E per il futuro non ci servirà. Dobbiamo ripensare i principi fondamentali sui quali educhiamo i nostri figli. C’è una magnifica citazione di Jonas Salk, disse: “Se tutti gli insetti scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutta la vita sulla Terra finirebbe. Se tutti gli esseri umani scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutte le forme di vita fiorirebbero”. E ha ragione.

Ciò che TED celebra è il dono dell’immaginazione umana. Dobbiamo fare attenzione ad usare questo dono saggiamente ed evitare alcuni degli scenari dei quali abbiamo parlato. E lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono. Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro. Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro sì. E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa.Grazie mille.

Barry Schwartz: The paradox of choice

Vi parlerò di alcune cose che ho scritto in questo libro che spero richiamino altre che avete già sentito e proverò a evidenziare alcuni collegamenti, nel caso non li notaste. Vorrei cominciare con quello che io chiamo “il dogma ufficiale”. Il dogma ufficiale di cosa? Il dogma ufficiale di tutte le società industriali occidentali Il dogma ufficiale recita: “Se vogliamo massimizzare il benessere dei nostri cittadini” “Il modo per farlo è massimizzare la libertà individuale.” Il motivo sta, da un lato, nel fatto che la libertà è in sé stessa un valore, è preziosa, utile, essenziale per gli esseri umani. Dall’altro sta nel fatto che se siamo liberi, ognuno di noi può agire per proprio conto per fare tutto ciò che massimizzi il nostro benessere, senza nessuno che decida in nome nostro. Il modo per massimizzare la libertà è massimizzare la scelta.

Più scelte le persone hanno, più sono libere, e maggiore è la loro la libertà, maggiore è il loro benessere.

Questo, ritengo, è così profondamente radicato nella società che nessuno si sognerebbe di metterlo in dubbio. Ed è anche profondamente radicato nelle nostre vite. Vi mostrerò alcuni esempi di ciò che il progresso ha reso possibile. Questo è il mio supermarket. Non è particolarmente grande. Mi permetto una semplice nota sui condimenti per insalate. Nel mio supermarket ci sono 175 condimenti, senza contare le 10 varietà di olio extravergine di oliva ed i 12 aceti balsamici che potete comprare per farvi un numero enorme di condimentinell’incresciosa circostanza che nessuno dei 175 già pronti sia di vostro gradimento. Ecco com’è il supermarket. Poi andate al negozio di elettronica per comprare uno stereo: casse, lettore CD, radio, piastra, amplificatore. Ed in questo singolo negozio di elettronica, c’è un grande numero di componenti audio. Possiamo realizzare 6 milioni e mezzo di diverse combinazioni usando i componenti che ci sono in un solo negozio.

Bisogna ammettere che c’è tantissima scelta. Altri campi: il mondo delle comunicazioni.Una volta, quando ero un bambino, si potevano ottenere tutti i servizi telefonici desiderabili,a patto che fossero forniti da mamma Bell. Si noleggiava il telefono, non lo si comprava.Una conseguenza di ciò, tra l’altro, era che il telefono non si rompeva mai. Questi tempi sono andati. Adesso abbiamo una varietà quasi illimitata di telefoni, specialmente tra i cellulari. Ecco i cellulari del futuro. Il mio preferito è quello in mezzo, lettore MP3, tagliapeli del naso, e fornellino per la crème brulée. Se per caso non l’avete ancora visto nel negozio sotto casa, state ben certi che presto arriverà. E quello che alla fine succede è che la gente entra nei negozi e fa questa domanda (“Avete un telefono che non faccia troppe cose?”) E sapete qual’è la risposta? La risposta è “No”. Non è possibile comprare un cellulare che non faccia troppe cose.

Così, in altri aspetti della vita che sono molto più importanti degli acquisti, si verifica la stessa esplosione di scelte. Assistenza sanitaria: non succede più negli Stati Uniti che tu vada dal dottore e il dottore ti dica cosa devi fare. Invece, vai dal dottore, ed il dottore ti dice: “Ok, potremmo fare A, oppure B” “A ha questi benefici e questi rischi” “B ha questi benefici e questi rischi. Cosa vuoi fare?” Tu gli dici: “Dottore, cosa dovrei fare?” Ed il dottore dice: “A ha questi benefici e questi rischi, e B ha questi benefici e questi rischi.””Cosa vuoi fare?” E tu ribatti: “Dottore se lei fosse me, cosa farebbe?” Ed il dottore: “Ma io non sono lei.” Il risultato lo chiamiamo “autonomia del malato”, espressione che lo fa sembrare una bella cosa. Ma in realtà non è che uno spostare il peso e la responsabilità del prendere decisioni da qualcuno che sa qualcosa, ossia il dottore, a qualcun altro che non sa niente – e quasi certamente è malato – e quindi non nella condizione ideale per prendere decisioni ovvero il paziente.

C’è un’ enorme marketing di prodotti farmaceutici, diretto a persone come me e voi, che se ci pensate non ha nessun senso, dato che non possiamo comprarli. Ma se non possiamo comprarli, perché ce li pubblicizzano? La risposta è che vogliono che domattina chiamiamo il dottore per chiedergli di cambiarci la ricetta. Qualcosa di così fondamentale come è la nostra identità ormai è una questione di scelta, come si vede in questa vignetta “Non vogliamo forzare i bambini. Sceglieranno il loro sesso al momento giusto” Non ereditiamo più un’identità: ce la dobbiamo inventare. E possiamo reinventarci quante volte ci aggrada.Il che significa che ogni mattino, al risveglio, devi decidere che tipo di persona vuoi essere.Rispetto alla famiglia e al matrimonio, un tempo la prospettiva comune, scontata quasi per chiunque, era che ci si sposava il più presto possibile, e si iniziava a far figli il più presto possibile. L’unica vera scelta era con chi, non quando, e nemmeno che cosa fare dopo.

Oggigiorno, tutto è davvero da giocare. Insegno a studenti molto intelligenti, e do loro il 20% in meno di lavoro rispetto a un tempo. E non perché siano meno brillanti, non perché siano meno diligenti. ma perché sono impensieriti, intenti a chiedersi: “Dovrei sposarmi o no? Dovrei farlo adesso?” “Dovrei sposarmi più tardi? Devo pensare prima ai figli o alla carriera?” Sono interrogativi logoranti. E cercano di rispondere a queste domande, anche se questo implica non completare i compiti che assegno e non ottenere un bel voto al mio esame. E devono realmente farlo. Sono domande importanti. Ora, il lavoro: siamo fortunati, come Carl sottolineava, perché la tecnologia ci permette di lavorare ogni minuto, ogni giorno, da ogni angolo del pianeta, tranne che dall’Hotel Randolph.

Tra parentesi, c’è un angolino, e non dirò a nessuno quale, dove il WiFi funziona. Non ve lo dico, perché lo voglio usare io. Cosa significa, questa incredibile libertà di scelta che abbiamo riguardo al lavoro? È che dobbiamo continuamente decidere, continuamente in ogni momento, se dobbiamo lavorare o no. Possiamo andare a vedere nostro figlio giocare a calcio, con il cellulare in una tasca, il Blackberry nell’altra, ed il notebook, tipicamente, sulle ginocchia. E anche se sono tutti spenti, ogni minuto che vediamo nostro figlio rovinare la partita, ci stiamo anche chiedendo, “Devo rispondere a questa chiamata?” “Devo rispondere a questa email? Devo abbozzare questa lettera?” Ed anche quando la risposta è “no”, tutto questo rende l’esperienza della partita di tuo figlio molto diversa da quello che sarebbe stata in altre condizioni. Quindi, da qualsiasi parte guardiamo, cose piccole e grandi, oggetti materiali e stili di vita, la vita è una questione di scelte. Una volta il mondo era questo: (“Sì, sono DAVVERO scritti sulla pietra”) Ovvero, c’erano alcune possibilità,Ma non tutto era una questione di scelta. Il mondo di oggi somiglia a questo: (“I 10 Comandamenti: Kit fai da te”) Il dilemma è: “È una cosa positiva, o negativa?” La risposta è SÌ.

I lati positivi li conosciamo tutti, quindi parlerò di quelli negativi. Tutta questa scelta comporta due effetti due effetti negativi sulla gente. Il primo, paradossalmente, è che produce paralisi invece che liberazione. Con tante opzioni fra le quali scegliere, diventa molto difficile farlo. Vi offro un esempio significativo: uno studio condotto sui piani di pensionamento volontario. Un mio collega ha avuto accesso ai dati della Vanguard, la gigantesca società di fondi pensione, con circa un milione di clienti impiegati in 2000 diverse aziende. Quello che lei ha scoperto è che per ogni 10 soluzioni che vengono offerte in più, la percentuale di adesione scende del 2%. Con 50 fondi offerti, c’è il 10% in meno di adesioni rispetto a quando ne sono disponibili solo 5. Perché? Perché con 50 fondi fra i quali scegliere, è maledettamente difficile decidere, e la scelta viene rimandata all’indomani. E a domani, e ancora a domani, domani, domani, e naturalmente domani non arriva mai. Capite che non significa solo che questi lavoratori da vecchi mangeranno cibo per cani perché non avranno abbastanza soldi, vuole anche dire che la decisione è così ostica che perdono anche i fondi complementari del datore di lavoro. Non partecipando, stanno perdendo fino a 5’000$ per anno dal datore di lavoro, che sarebbe ben disposto a versarli. Quindi la paralisi è una conseguenza dell’avere troppe scelte. E credo che renda il mondo così.

“E per finire, per l’eternità: ketchup, senape o maionese?”

Vorreste proprio prendere la decisione giusta, se è per l’eternità, vero? Non volete scegliere il fondo sbagliato, e neppure il condimento sbagliato. Quindi questo è il primo effetto. Il secondo è che anche se riusciamo ad evitare la paralisi e fare una scelta, alla fine siamo meno soddisfatti dal risultato di come saremmo stati con meno opzioni fra le quali scegliere. E questo per diverse ragioni. Una di queste è che con tanti condimenti fra i quali scegliere, se ne comprate uno e non è perfetto, è facile immaginare che avreste potuto fare una scelta diversa che sarebbe stata migliore. E quel che succede è che l’alternativa immaginata ci induce a rammaricarsi della scelta, ed il rimpianto diminuisce la soddisfazione ricavata dalla decisione presa, anche quando fosse un’ottima decisione. Più scelte ci sono, più è facile dispiacersi di qualunque dettaglio che sia insoddisfacente dell’opzione scelta.

Inoltre, c’è quello che gli economisti chiamano costo-opportunità. Dan Gilbert ha chiarito molto bene stamattina come il valore che diamo alle cose dipende da ciò con cui le confrontiamo. Del resto, quando ci sono tante opzioni possibili, è facile rappresentarsi le caratteristiche attraenti delle alternative scartate ed essere meno soddisfatti dell’opzione che si è scelta. Ecco un esempio. Mi scuso con tutti quelli che non sono di New York.

Ma è quello che probabilmente pensereste. C’è questa coppia agli Hamptons. Un posto di lusso. Spiaggia splendida. Ottima giornata. È tutto per loro. Non manca niente. Ma quel che lui pensa è: “Beh, maledizione, è Agosto.” “Tutti i miei vicini a Manhattan sono via.” “Potrei parcheggiare proprio di fronte a casa.” E passa due settimane assillato dall’idea che sta perdendo – ogni giorno – la possibilità di parcheggiare dove vuole. Il costo-opportunità diminuisce la soddisfazione per quel che abbiamo, anche quando la scelta è stata eccellente. E più sono le opzioni che abbiamo da considerare, più le caratteristiche attraentici si ritorceranno contro come costo-opportunità. Ecco un altro esempio. Questa vignetta ci dice molte cose. Ci parla del vivere il momento, e forse del vivere lentamente. Ma il punto più importante è che qualsiasi cosa tu scelga, tu scegli di non fare le altre. Le cose che non scegliamo hanno tante attrattive che possono rendere meno attraente ciò che facciamo.

Terzo punto: spirale crescente delle aspettative. L’ho provato sulla mia pelle comprando un nuovo paio di jeans. Porto quasi sempre jeans. Una volta i jeans erano di un solo tipo, li compravi e vestivano da bestia, erano scomodissimi, solo dopo averli portati una vita e lavati un sacco di volte, cominciavano ad andare bene. Allora, andai a comprarne un paio nuovo quando quelli vecchi erano andati, e dissi: “Mi serve un paio di jeans, questa è la mia taglia.” Il commesso mi disse: “Li vuole slim fit, easy fit, relaxed fit?” Li vuole con la cerniera o con i bottoni? “Stonewashed” o “acidwashed”? “Li vuole strappati?” “Sotto li vuole larghi o stretti? Bla bla bla…” Continuava ad elencare. Ero sbalordito, e dopo un po’ sono riuscito a dire: “Voglio il tipo che… che era l’unico tipo”

Non aveva idea di quale fosse, così per un’ ora mi provai tutti ‘sti maledetti jeans, poi uscii dal negozio, giuro, con il miglior paio di jeans che avessi mai avuto. Era il massimo. Con tutta quella scelta avevo ottenuto il meglio. Ma mi sentivo peggio. Perché? Ho scritto un libro intero per capirlo. Il motivo per cui stavo peggio è che con tutta quella scelta le mie aspettative erano altissime, i jeans dovevano essere perfetti. All’inizio avevo aspettative minime. Non mi aspettavo niente di eccezionale quando ne esisteva solo un tipo, Ma quando ne vidi 100 diversi, accidenti, almeno un tipo doveva essere perfetto. Quello che avevo acquistato era buono, ma non perfetto. Dopo aver paragonato quello scelto con quello che cercavo ero insoddisfatto in confronto alle aspettative. L’aggiunta di opzioni nella vita delle persone non fa che aumentare le aspettative che queste hanno rispetto all’eccellenza delle opzioni stesse. E questo produrrà meno soddisfazione, anche quando i risultati sono buoni. Nessuno nel mondo del marketing se ne rende conto. Perché se lo sapessero, non sapreste di cosa sto parlando. La verità assomiglia più a questo.

“Si stava meglio quando si stava peggio”

Il motivo per cui si stava meglio quando si stava peggio è che quando si stava peggio era ancora possibile incontrare delle sorprese piacevoli. Oggigiorno, nel mondo in cui viviamo – opulenti, industrializzati cittadini con l’aspettativa della perfezione – il massimo che possiamo sperare è che le cose siano all’altezza delle aspettative. Non avrete mai sorprese piacevoli perché le vostre aspettative, le mie aspettative, si sono ingigantite. Il segreto della felicità – quello per cui siete qui – è: “Basse aspettative”

“Sì, lo vuoi.”

Voglio dire – piccolo momento autobiografico – che sono realmente sposato e mia moglie è veramente stupenda. Non avrei potuto fare meglio, non mi sono accontentato. Ma accontentarsi non sempre è una brutta cosa. Infine, una conseguenza del comprare un paio di jeans scomodi quando c’è solo quel tipo di jeans è che quando non siete soddisfatti, e vi chiedete “Perché?” “Chi è responsabile?”, la risposta è chiara. Il mondo è il responsabile. Cosa potrei farci io? Quando ci sono centinaia di tipi di jeans, e ne comprate uno insoddisfacente, e vi chiedete chi è il responsabile, è altrettanto chiaro che il responsabile siete voi. Avreste potuto fare meglio. Con centinaia di varietà disponibili, non ci sono scuse per l’insuccesso. Così quando le persone prendono decisioni, anche se il risultato è valido,si sentono insoddisfatte e danno la colpa a loro stesse.

Negli ultimi anni la depressione è esplosa nel mondo industrializzato. Credo che un fattore significativo – non l’unico, ma importante – di questa ondata di depressione (e anche di suicidi) sia proprio che le persone hanno esperienze deludenti perché gli standard sono troppo alti. E quando devono spiegarsi questa situazione pensano che la colpa sia loro.Quindi il risultato finale è che in generale stiamo meglio, oggettivamente, ma ci sentiamo peggio. Lasciate che vi ricordi. Questo è il dogma ufficiale, quello che tutti prendiamo per buono ed è completamente falso. Non è vero. Non c’è alcun dubbio che un po’ di scelta sia meglio che non averne affatto ma da questo non deriva che molta scelta sia meglio di un po’. C’è un valore critico, magico. Non so quale sia. Ma sono abbastanza sicuro che abbiamo superato da un pezzo il livello in cui le scelte migliorano la nostra vita.

Ora, dal punto di vista politico – ho quasi finito – dal punto di vista politico, il nocciolo è il seguente. Ciò che permette tutta questa scelta nelle società industriali è la ricchezza materiale. Ci sono molti posti nel mondo, e voi ne conoscete parecchi, in cui il problema non è che hanno troppa scelta. Il problema è che ne hanno troppo poca. Per cui la faccenda di cui sto parlando è un malessere esclusivo delle moderne, ricche società occidentali. E quel che fa deprimere e arrabbiare è questo: Steve Levitt vi ha parlato ieri di quanto quei costosi e scomodi seggiolini per bimbi siano inutili. È uno spreco di denaro.Voglio dire che queste scelte, complicate e dispendiose, non è che siano semplicemente inutili. Sono addirittura deleterie. Ci fanno stare peggio.

Se un po’ di quello che nelle nostre società permette tanta scelta fosse riversato in quelle dove la gente ha troppo poche possibilità, non sarebbe solo la loro vita a migliorare ma anche la nostra. Questo è quello che gli economisti chiamano un miglioramento paretiano.Una ridistribuzione del reddito fa bene a tutti – non solo ai poveri – a causa di questa scelta in eccesso che ci tormenta. Per concludere: “Figliolo, puoi diventare tutto ciò che vuoi”…Voi, persone di cultura, penserete: “Ma cosa crede quel pesce?” “È ovvio che non si può far nulla in una boccia di vetro.” “Un’immaginazione castrata, una visione limitata del mondo…” e anch’io l’ho interpretata così, all’inizio. Ma poi, pensandoci, invece, mi sono reso conto che quel pesce la sa lunga. Perché la realtà dei fatti è che se si manda in frantumi la boccia, in modo che “tutto sia possibile” non si ottiene la libertà. Si ottiene la paralisi. Se rompete la boccia in modo che tutto diventi possibile diminuite la soddisfazione. Accentuate la paralisi, e riducete il benessere. Tutti hanno bisogno di una sfera. Questa è quasi certamente troppo stretta, forse persino per il pesce, e sicuramente per noi. Ma l’assenza di qualche simbolica sfera è una ricetta per l’infelicità e, temo, per la rovina. Grazie di cuore.-